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Flash n° 13 » La crisi internazionale

La crisi internazionale

La crisi internazionale

Di Marco Sàssoli

Il sistema produttivo italiano, il settore edile, la ripresa.

 

  • Quali sono le cause principali della crisi? vai »
  • Gli effetti di questa crisi sul sistema produttivo vai »
  • Quali strategie hanno adottato gli imprenditori? vai »
  • Chi ha risentito più della crisi? vai »
  • Chi ha risentito meno della crisi? vai »
  • Quali misure sono considerate efficaci per combattere la crisi? vai »
  • Problemi strutturali irrisolti vai »
  • Dalla produzione al marketing, all’assistenza post -vendita vai »
  • Il settore edile. C’è ripresa? vai »
  • I punti deboli individuati vai »

 

Quali sono le conseguenze sul nostro sistema produttivo della crisi internazionale iniziata nel 2007? Quali i coinvolgimenti sulle imprese industriali e di servizi? Quali le previsioni di ripresa della nostra economia nazionale? Quanto dipenderà dalla capacità di riprendere il controllo del mercato interno e quanto dalla capacità di competere maggiormente dal punto di vista produttivo? Ma sarà ancora possibile competere produttivamente con i paesi economicamente emergenti come Cina e India o paesi dell’Est? Quale evoluzione per il mercato delle costruzioni?

 

I numerosi dati elaborati da varie fonti confermano che la recessione ancora in atto, nonostante timidi tentativi di ripresa, è la più pesante dal dopoguerra. Tra l’altro nel nostro paese ha colpito in un momento di profonda ristrutturazione industriale, arrestando i vari processi in atto per difficoltà di commesse e mancanza di liquidità. Alcune parole chiave sono state ripetute tante volte: recessione, strategie, ristrutturazioni, liquidità, insoluti, ridefinizione dei rapporti con le banche. Un equilibrio precario che ha sconvolto anche i più abili equilibristi dell’imprenditoria e che ha avuto inizio con la crisi esplosa negli USA dovuta ai mutui sub-prime. Immediatamente tutti i paesi europei, dal primo quadrimestre del 2008, hanno visto crollare: prodotto interno lordo, investimenti, esportazioni, occupati. Il fondo è stato toccato durante il secondo trimestre del 2009. Da noi la gravità della situazione è stata anche maggiore per via della conformazione tipica delle nostre imprese, interessate da un lento processo di modernizzazione tecnologica avviata nel decennio precedente ma non concluso. Senza dimenticare la competitività dei nostri prodotti, che nel passato potevano contare su una Lira debole, mentre oggi si trovano a fare i conti con un Euro forte (deprezzamento del cambio). 

 

Da queste considerazioni nascono una serie di domande, quali:
Lo scoppio di questa crisi, piuttosto che l’esposizione debitoria delle aziende verso le banche, hanno bloccato il processo di ristrutturazione tecnologica industriale?”. Oppure: “Le imprese ristrutturate hanno saputo reagire meglio delle altre a questa crisi?”. E ancora: “Quali le prospettive future?. Quali le strategie da adottare?” 

 

Per arrivare a risposte convincenti si deve fare un’analisi di alcuni dati riportati da una ricerca su varie aziende italiane: 

  • nel 2008 inizio del sostanziale peggioramento della situazione;

  • da ottobre 2008 a marzo 2009, diminuzione di fatturati con medie anche del 30%; 15-20% nel terziario;

  • sostanziale calo della domanda del manifatturiero di esportazione. Quindi calo della subfornitura, fattore caratterizzante del nostro sistema economico;

  • reazione delle imprese attraverso il contenimento dei costi, la riduzione dei margini di profitto, la ricerca di una diversificazione dei mercati di riferimento (nuove nicchie);

  • calo della domanda e dei fatturati hanno portato le aziende a ridimensionare gli organici. Nel secondo trimestre del 2009 la perdita di posti di lavoro ha raggiunto l’apice;

  • diminuzione delle ore lavorate, aumento della cassa integrazione, ritorno ad una produzione interna, a scapito di imprese esterne, ricontrattazione delle clausole economiche verso i terzisti (maggiore dilazione dei pagamenti)

 

In questo panorama si deve evidenziare come le imprese che avevano avviato negli anni precedenti la crisi processi di ristrutturazione, a parità di condizioni, abbiano saputo reggere meglio contenendo le perdite in fatturato ed occupazione. Così come altre imprese, in cui il processo era concluso ed i bilanci consolidati, hanno addirittura aggredito la crisi acquisendo loro concorrenti. Mentre altre ancora, pur efficienti, sono diventate estremamente vulnerabili per via dell’inasprimento delle condizioni finanziarie imposte dalle banche. Un aspetto da sottolineare è che i vari sondaggi escludono le aziende familiari, o piccole (meno di 20 dipendenti), che poi costituiscono il 90% delle aziende. Per cui i dati della crisi risultano certamente sottostimati, essendo queste tra le aziende più esposte alle fluttuazioni dei mercati. 

Per avere un’idea sulla gravità della crisi in casa nostra, riportiamo alcuni dati percentuali comparativi che mettono a confronto numeri rilevati durante la precedente crisi del 1992-94 e quella attuale.

Contrazione del PIL: crisi del ’92-’94 = 1,9% - crisi 2008 – 2010 = 6,5% Contrazione della produzione industriale: crisi del ’92- 94 = 4,8% - crisi 2008 – 2010 = 23,9% 

Questi pochi dati possono bastare per comprendere come ci si trovi ad affrontare una situazione mai vissuta prima. Basti pensare che nel secondo trimestre del 2009, settori quali meccanica, elettronica, macchinari e attrezzature, hanno subito flessioni produttive superiori al 35%, mentre il ricorso alla cassa integrazione è schizzato alle stelle, arrivando a toccare la punta di 210 milioni di ore nel terzo trimestre del 2009 (7 volte maggiore rispetto all’anno prima). Al crollo della produzione si è naturalmente affiancato un crollo interno dei consumi, sia di beni durevoli che primari (alimentari compresi), solo in parte mitigati dalle azioni di Governo.

Inutile negare che le previsioni di una ripresa veloce sono lontane. L’Euro non subirà deprezzamenti sostanziali, quindi non potremo contare su nessun vantaggio competitivo come nel passato. Quindi la ripresa dipenderà essenzialmente dal recupero dell’efficienza del nostro sistema industriale, dalla competitività del sistema produttivo, dalle idee che le classi dirigenti sapranno trovare, interpretare, sviluppare. Insomma questa volta serve “più testa e preparazione”, oltre che una fortissima dose di ottimismo. Anche perché tutti sono concordi nel ritenere che: “...Il cambiamento è  radicale. I vecchi tempinon torneranno più, perché la caduta eccezionale della domanda è mondiale”.

Quali sono state le cause principali della crisi?

  • forte calo della domanda sui mercati internazionali;
  • reazione delle imprese con la riduzione drastica delle attività produttive, degli investimenti, degli acquisti; 
  • problemi di liquidità dovuti alla restrizione del credito;
  • scelta delle imprese di far fronte alle esigenze di liquidità svendendo i propri prodotti/servizi con sostanziosi ribassi;

Quali sono stati gli effetti di questa crisi sul sistema produttivo?

La totalità delle aziende esportatrici interessate dal sondaggio ha dichiarato:

  • calo del fatturato (25%);
  • difficoltà nei pagamenti da parte di committenti/clienti (63%);
  • difficoltà nell’ottenere credito (22%);
  • difficoltà nel reperimento delle materie prime;

Quali strategie hanno adottato gli imprenditori per fare fronte alla crisi?

Quasi tutte le aziende interpellate hanno risposto:

  • riduzione dei costi produttivi;
  • contrazione dei margini;
  • diversificazione dei mercati;
  • riduzione degli investimenti;
  • riduzione degli acquisti;
  • ricorso alle ferie forzate uscita anticipata di dipendenti vicini al pensionamento riduzione delle ore di lavoro ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni
  • solo alcune delle imprese più grandi (quelle con più di 500 dipendenti), hanno considerato la possibilità di delocalizzare gli impianti produttivi, ma hanno comunque affermato che non è la principale strategia alla recessione.

Chi ha risentito più della crisi?

Maggiormente le aziende di medie e piccole dimensioni legate alla subfornitura. Per il concorso di tre fattori fondamentali: 

  • le grandi aziende sono tornate a internalizzare fasi produttive allo scopo di ridurre i costi di produzione;
  • le imprese subfornitrici sono state costrette ad accettare tagli dei margini o allungamento nei tempi di pagamento;
  • le banche hanno cambiato le condizioni di credito, rendendolo a volte impossibile; 

Chi ha risentito meno della crisi?

Tra le imprese manifatturiere quelle più orientate all’esportazione e internazionalizzate hanno tenuto maggiormente. Poi quelle dotate di grande potere di mercato perché capaci di grande innovazione. Quelle che operano su commesse pubbliche e pluriennali  e infine quelle dotate di grande liquidità (la grande distribuzione). 

Quali misure sono considerate efficaci per combattere la crisi?

  • primo fra tutti i suggerimenti, prevale quello che la Pubblica amministrazione saldi velocemente i suoi debiti e che accorci i tempi di pagamento;
  • secondo, che vengano affrontati e risolti problemi strutturali, quali l’eccesso di burocrazia, la mancanza di infrastrutture adeguate, un abbassamento degli oneri fiscali e contributivi sul lavoro, maggiori sgravi fiscali per investimenti in ricerca e sviluppo, aumento del numero di figure professionali qualificate; 
  • terzo, ridurre l‘instabilità del quadro normativo, ad esempio nel settore energetico, specie per quelle imprese che devono pianificare enormi investimenti a lungo periodo.  

Problemi strutturali irrisolti

É dalla seconda metà degli anni ’90 che l’economia italiana è in difficoltà rispetto agli altri paesi europei. I fattori principali, prima della grave crisi internazionale, erano da ricercare in varie situazioni: nel cambiamento portato dalla nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; dalla globalizzazione; dal processo di integrazione europea, con l’introduzione della moneta unica.

Questa concomitanza di eventi avevano portato ad un aumento esponenziale della concorrenza per l’arrivo di beni e servizi più convenienti provenienti dall’estero (paesi emergenti), e un’incapacità del nostro fragile sistema produttivo di fare fronte ad una maggiore competitività richiesta dal nuovo cambio. Negli anni immediatamente successivi erano apparsi segnali di grandi dinamicità da parte delle nostre imprese, volte a riprendere le redini della situazione. Ora, con l’evento di questa nuova crisi, si capirà quanto questi segnali di ristrutturazione hanno arginato le falle e se il processo sia compromesso dalla mancanza di liquidità.  

Dalla produzione al marketing, all’assistenza post -vendita.

Nel settore industriale, dove la maggior parte delle imprese hanno avviato processi di ristrutturazione, un importante cambiamento di strategia ha considerato l’incapacità di competere dal punto di vista produttivo, spostando l’attenzione dall’attività di produzione tipica ad altre attività considerate comunque principali per recuperare quote commerciali: ricerca e sviluppo, marketing, distribuzione, assistenza post-vendita. In parole povere, meno operai, meno produzione, ma maggiore attenzione al cliente e alla qualità dei prodotti o dei servizi.

Significativa una ricerca la quale indica come le imprese che nell’ultimo decennio hanno una più elevata percentuale di “colletti bianchi”, prevedano un andamento del fatturato migliore rispetto alla media. Più pensiero, più strategia, più capacità di arginare la crisi, insomma. 

Anche se questo non rende meno vulnerabili queste aziende da altri fattori esterni non controllabili, come l’esaurirsi dei flussi di cassa, l’irrigidimento del credito bancario, la difficoltà ad accedere al credito. Insomma quello che potrebbe accadere, ed in parte è gia accaduto, è che si perdano aziende culturalmente importanti, innovative, capaci, del nostro sistema produttivo. Così come, al contrario, ci sono aziende che dalla crisi sono riuscite a trarre vantaggio, riposizionandosi sul mercato e consolidando aspetti commerciali.  

Il settore edile. C’è ripresa?

All’Assemblea 2010 dell’ANCE (l’Associazione Nazionale Costruttori Edili) è stata confermato il momento terribile che attraversa l’edilizia. “Un duro momento di crisi…”, è stato il commento “…il settore in questo triennio è tornato indietro di 15 anni.” 

I punti deboli individuati sono stati:

  • i tagli sugli investimenti nel settore edile;
  • le risorse non spese per un programma di rilancio delle infrastrutture.

Si parla di 210.000 posti di lavoro persi nelle costruzioni e nell’indotto, con più di 2.000 imprese fallite nel 2009. Anche le aspettative sul Piano Casa sono state deluse.

 

La legge non ha tenuto conto del fatto che la gente non ha avuto la liquidità necessaria o il coraggio di impiegarla. Ovviamente anche il settore dell’alluminio ha risentito pesantemente del momento critico, registrando una flessione significativa nell’intera catena produttiva, sia in termini di domanda che consumo. Anche se si deve sottolineare una nota positiva, cioè una maggiore attenzione alla qualità degli immobili, con particolare riferimento al risparmio energetico, alla sostenibilità ambientale, all’efficienza energetica, alla sicurezza. Una nuova tendenza che ha cambiato il modo di progettare, costruire, recuperare edifici con interventi migliorativi in termini di efficienza energetica, in cui gli infissi sono elementi fondamentali. Una cultura della qualità che è stata trasmessa al mercato dei privati e che si spera innescherà un ritorno positivo. 

Per una ripresa si dovrà aspettare probabilmente fino alla fine del 2010, ma per migliori risultati si dovrà aspettare il biennio successivo.

Qualificarsi ed essere pronti, allora, per le nostre imprese sarà importante.

 

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